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Un pastore abissino di nome Kaldi o Kaddi, in una data non meglio precisata, attorno all’800 a.C., pascolava il suo gregge attorno a Moka, una città yemenita. Vide ballare come matte le sue capre tutta la notte, dopo che avevano brucato delle bacche rosse da un grosso cespuglio. Il pastore, sorpreso dallo strano effetto sortito, ne informò il priore del monastero Cheodet, l’abate Yahia, a cui apparteneva il gregge. Il monaco, non dando credito al racconto del pastore, gettò nel fuoco le bacche malefiche. Inaspettatamente da quelle bacche abbrustolite cominciò ad emanare un intenso e piacevole aroma che induceva ad indagare sul loro mistero.
Nel tentativo di recuperarli, i chicchi anneriti vennero messi in acqua in infusione, e in questo modo si scoprì che se ne poteva ricavare una bevanda gradevole al gusto e che poteva essere somministrata ai dervisci del convento in modo che ne risultassero rinvigoriti e potessero pregare tutta la notte senza addormentarsi. La bevanda ottenuta venne chiamata kahwa, parola che in arabo significa vino e che nella versione turca, kahvé significa stimolante, l’eccitante.
Così nacque il caffè. Ma ci sono altre leggende, versioni diverse e romanzate sulla sua storia e sulle origini. Un altro di questi racconti risale alla fine del sesto secolo e attribuisce alla bevanda origini divine: l’arcangelo Gabriele avrebbe offerto una bevanda calda e nera a Maometto, su ordine di Allah, per evitare che il profeta si addormentasse. L’effetto sortito dalla bevanda – poi chiamata kahweh, l’eccitante – fu tale che il profeta divenne così forte da «disarcionare quaranta uomini e rendere felici quaranta donne».
Storicamente è solo nel XV secolo che il caffè diventa bevanda del popolo in Arabia. Nel IX e X secolo si trovano indizi della conoscenza del caffè come pianta dalle proprietà medicinali, con numerose testimonianze nella letteratura medica araba medievale. Sembra comunque certo che il culto del caffè come bevanda sia nato in Arabia, dove è stata anche ideata una evolutissima tecnica di irrigazione adatta alla coltivazione dell’arbusto.
In Europa, nel Medioevo, il vino e la birra erano le bevande più amate e consumate. Queste facevano parte dell’alimentazione quotidiana: a colazione spesso poteva capitare di mangiare zuppa di birra annaffiando il pasto con birra o vino. Ancora nel diciassettesimo secolo la famiglia media inglese consumava circa tre litri di birra al giorno pro capite – vecchi e bambini compresi.
Fino all’età moderna gli alcolici avevano la doppia funzione di elementi fondamentali della nutrizione e di stupefacenti. Soprattutto le birre ad alto contenuto di carboidrati coprivano il fabbisogno di calorie di cui il lavoratore del Medioevo aveva bisogno: l’alcol faceva dimenticare le fatiche giornaliere del duro lavoro. Ribellarsi alla servitù della gleba sembrava essere comunque inutile, perché il feudalesimo veniva accettato da tutti come volere di Dio, pertanto incontrastabile.
Nel XV secolo, con l’arrivo del Rianscimento e dell’Umanesimo, l’uso di alcolici divenne sempre più malvisto, fino ad arrivare al proibizionismo dell’era moderna del protestantesimo.
A poco a poco nacque una cultura del bere che ancora oggi viene considerata valida: il giorno si presta maggiormente al consumo di bevande come il caffè, mentre le bevande alcoliche vengono prevalentemente consumate di sera o di notte…
Fu così che dall’Etiopia (presumibilmente la sua terra natia) il caffè compì un lungo viaggio, e arrivò fino alle nostre tavole. La prima tappa del suo percorso fu lo Yemen, dove si coltivò l’arbusto sin dal XIV secolo. Nel 1450 la bacca raggiunse La Mecca e da lì fu diffusa dai pellegrini in tutto l’Islam. Poi il caffè arrivò in Turchia dove venne aperta la prima caffetteria., la Costantin
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