|
C’è chi ha tentato con lo strangolamento finanziario; altri hanno preferito scatenare una guerra; qualcun altro, più subdolamente, ha giocato la carta della colonizzazione culturale. Ma non c’è stato nulla da fare. Volete conoscere l’unico sistema per mettere in ginocchio il Messico? Semplice: fate sparire mais, polli, birra, cipolle, tequila e peperoncino. Avrete una nazione allo sbando.
Vero o falso?
Il baricentro delle curiosità etnogastronomiche in questi ultimi anni è lentamente scivolato dagli Stati Uniti verso l’America latina. Spaparanzati in un ristorantino di Oaxaca, non sognatevi però di gustare i piatti che avete apprezzato dal tex-mex che vi hanno aperto sotto casa. Con le vere tortillas messicane c’è la stessa differenza che esiste tra una pizza ordinata a Napoli e una servita ad Helsinki o a Vancouver, naturalmente con sovrapprezzo per salame e formaggio fuso dietetico.
Elegia del Chile
Di peperoni, diversi per forma, colore e gusto, ne esistono in Messico decine di varianti; il peperone che conosciamo noi si chiama chile, e si pronuncia «cile», non «cili» come vorrebbero gli yankee (gli americani hanno la pessima abitudine di appropriarsi anche del lessico altrui: la «e» in inglese si pronuncia «i», ed ecco che mezzo mondo chiama il peperoncino «cili» come riportano tutti i mass media, anzi «mass midia»).
All’ospedale generale di Città del Messico, nel reparto ostetricia, il panico regna sovrano: una neoassunta non ha fissato al polso di due neonati i nastrini per l’identificazione. I genitori di uno, californiani in vacanza, già pensano di ordinare esami del Dna. L’altra coppia, messicana, non fa un plissé: «C’è un metodo infallibile per capire qual è il nostro: basta offrire ai due neonati, alternativamente, un capezzolo e un bel peperoncino rosso; quello che sceglierà il latte non può essere messicano».
Per prima cosa sgombriamo subito il campo da facili, banali e tendenziose leggende metropolitane: i messicani sono un popolo salutista, attento all’alimentazione naturale e tradizionale, non un popolo di boccaloni disposto a credere all’equazione chile caliente uguale sesso bollente.
Al naturale, cotto o crudo, sotto forma di gelatina, olio, cataplasma, polvere e in infusione, contiene quantità stratosferiche di potassio, ferro, calcio, fosforo, più vitamina A delle carote e una valanga di vitamina C.
Aperto e appoggiato su punture di insetto offre un immediato sollievo; trasformato in pomata guarisce vene varicose ed emorroidi; in capsule combatte la febbre; è una difesa contro grassi e colesterolo; una tazza di infuso in acqua bollente elimina i postumi della sbronza ed è un potentissimo vasodilatatore, da cui, lupus in fabula, regala portentose prestazioni a letto.
Avete ancora qualche dubbio sul perché il chile non manchi mai nella dieta quotidiana dei messicani?
Come l'acqua per il cioccolato
Forse ricorderete questa divertente pellicola messicana di Alfonso Arau che ebbe notevole successo anche in Italia.
Como agua para chocolate è una tipica espressione messicana che significa essere nervosissimi, bollenti, come l’acqua che deve sciogliere il cioccolato. Oltre all’esplicito riferimento sessuale, più curioso è l’aspetto culinario: per preparare la cioccolata, in Messico, il cacao non viene miscelato con latte o panna; l’antica bevanda cerimoniale maya (in lingua nàhuatl si dice xocolàtl, da cui il termine che tutto il
Tratto da Norberto Vezzosi, Messicani, Edizioni Sonda, 1999, pp.25 - 32
|