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Si può combattere una campagna elettorale su un piatto, una specialità culinaria, un modo di servire il pollo? Sì, si può, se si vive nella multiculturale Gran Bretagna e il piatto in questione si chiama "chicken tikka masala". É stato nientedimeno che il ministro degli Esteri di Blair a fare di un sugo un simbolo, segnalandolo come «la perfetta dimostrazione di quanto il nostro paese sappia assorbire le influenze esterne», e celebrando il sorpasso di questo intruglio meticcio sulla purezza british del "fish and chips". Tanto per assestare un colpo al "nazionalismo" della destra, il cui leader invece paventa la progressiva ma inesorabile trasformazione dell'Inghilterra in una "terra straniera", invasa da immigrati e asilanti.
In effetti, la storia del chicken tikka masala merita di essere raccontata, perché è una storia del futuro.
Come è nato, chi l'ha cucinato per la prima volta, è un mistero le cui origini vanno cercate nella tradizione orale. Come la globalizzazione, non l'ha inventato nessuno, è semplicemente accaduto. È un prodotto di "fusion", come la musica che va oggi per la maggiore, un po' di latino-america, un po' di jazz, un po' di blues. Sarebbe un piatto indiano, ma è nato in Inghilterra. Forse nei dintorni di Birmingham, capitale dell'immigrazione bengalese. Correvano i tumultuosi anni '70. Nei ristoranti indiani si serviva il chicken tikka, modo semplice e senza fronzoli di arrostire il pollo. Finché un cliente inglese, deluso dall'asciuttezza del boccone e memore del suo domenicale roast beef, chiese irritato al cameriere in turbante: "Se è un arrosto, dov'è il sugo?". Il piatto tornò in cucina, un cuoco intraprendente vi sbatté sopra un po' di conserva di pomodoro, una cucchiaiata di crema, un pizzico di curry non troppo piccante e un odore di spezie orientali assortite. Piacque così tanto al palato albionico che oggi se ne divorano 23 milioni di porzioni all'anno, in quell'industria dei ristoranti indiani che ormai occupa più lavoratori del "Civil Service" di Sua Maestà. È il perfetto fast food, da acquistare in vaschette di carta di alluminio nei grandi magazzini Marks and Spencer, che ne sfornano diciotto tonnellate a settimana. La ricetta è così incerta che la "Real Curry Restaurant Guide" ne ha individuato 48 versione diverse, accomunate solo dalla presenza del pollo. Semplice, flessibile e multiculturale come la "new economy", due anni fa ha sorpassato le vendite di quel triste mito anglosassone che era il fish and chips: meno unto e più piccante, pare che il curry aumenti il battito cardiaco quanto una fuggevole eccitazione sessuale. Gli inglesi se lo godono come un esotico piacere orientale. Gli indiani d'India, invece, nemmeno sanno come cucinarlo: da qualche tempo lo importano bell'e fatto da Londra, per soddisfare le richieste dei turisti britannici in vacanza a Bombay.
Così, il successo del chicken tikka masala è diventato agli occhi dei "moderni" laburisti la prova che gli immigrati "sono necessari e desiderabili", rivitalizzano "l'economia e la società", e non minacciano una "omogeneità razziale" che non c'è mai stata: "Non esiste una cosa chiamata razza britannica", ha sentenziato lo scozzese ministro, incurante del suo abbondante pelo rosso e del sanguigno tratto celtico. I Conservatori, ovviamente, non hanno gradito. Metà della loro campagna elettorale è fatta sugli immigrati clandestini e sul lassismo del governo. Per fare appello all'Inghilterra profonda, viaggiano sul delicato confine tra nazionalismo e razzismo. Insinuano che i dottori pakistani mettono a rischio le vite degli inglesi, ma poi arretrano di fronte alla constatazione che senza infermiere caraibiche gli ospedali di Londra dovrebbero chiudere. I loro parlamentari scrivono libri per contestare la demagogia della "società multiculturale", ma giurano di non avere niente contro la "società multirazziale". Qualche mese fa, i tre leader dei maggiori partiti
di Antonio Polito (la Repubblica, 21 aprile 2001)
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