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A Gorizia, sabato 19 maggio, Gianni Zaffagnini presenta I calendari Maya, nell’ambito di èStoria 2012 - Festival Internazionale della Storia.
Lucia Cosmetico, Claudia Mitri CruzTriestini
Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù120 pagine, formato: 13 x 21 cm
Anno: 2006
Collana: Luoghi non comuni italiani
Trieste si trova nel punto più nordorientale d’Italia, proprio al confine con la ex Jugoslavia, in particolare con quella parte che oggi si chiama Repubblica di Slovenia.
I Triestini vivono in bilico tra la nostalgia del bel tempo che fu, quando potevano godere della protezione austriaca, e la necessità di adeguarsi, sia pure controvoglia, al «nuovo» che avanza, come ad esempio i nuovi ricchi della vicina ed ex povera Slovenia. E come biasimarli: Trieste, come i suoi abitanti, è una città strana, dalla storia complessa. Chi la visita deve ricordare che per cinquecento anni questo luogo ha fatto parte dell’Impero asburgico. E che attualmente Trieste detiene due primati: è la città più vivibile d’Italia (secondo «Il Sole24Ore», 2005) e quella in cui vive il maggior numero di anziani (26,3%). Nella patria di Svevo, Saba e Joyce c’è la bora che sconquassa le idee, e il sole da adorare come facevano gli egiziani. E la Mitteleuropa sì, è vicina, ma c’è chi preferisce mobilitarsi per ribadire l’italianità di Trieste.
Insomma di contrasti, contraddizioni e veri e propri enigmi, da quelle parti se ne incontrano parecchi. Qualsiasi triestino obbedisce alla regola del no se pol (non si può): ma cosa non si può? Tutto. Punto e basta. Provate a chiedere: «perché non si può?»; vi sentirete rispondere con un fugace e alquanto vago «perché te sa zà come che xe qua, no se pol e basta» («perché sai già come funziona qua, non si può e basta»). E su questo nosepol, il triestino si adagia, preferendo lasciar fare agli altri e aspettare che siano loro ad aver bisogno di lui. Se ciò non accade, poco gliene importa, può sempre riempire il vuoto criticando e demolendo quella stessa iniziativa su cui, in cuor suo, aveva fatto fede per una possibile occupazione.
Paolo Rumiz, giornalista e scrittore triestino, si spinge oltre: «Se volete che vi dica il peggio di noi, allora siamo dissacranti e perditempo, raminghi e menefreghisti. E completamente privi di autostima. Da noi, «Quel tipo» si dice «quel mato», perché il nostro è l’unico posto al mondo dove normalità e follia coincidono. Esattamente come questo libro, che mi rimette in pace con i miei difetti.


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