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Sonda

Il libro utile

29
Novembre
2014
C’è grossa crisi

C’è grossa crisi

Della fatica del libro, e dei tanti che stanno facendo qualcosa
Scritto da: Beniamino Sidoti

La crisi che sta attraversando l’editoria, e quella italiana in particolare, ha tante facce. Quando la si evoca senza discuterla, senza ragionarci ma snocciolando cifre, la si rende una sorta di demone senza tempo; qui vorrei invece fare il contrario: affrontarla in maniera narrativa, per capire il racconto della crisi che stiamo vivendo.

Parlarne così, spero, è anzitutto un modo per essere meno autoreferenziali: perché troppo spesso sento parlare di crisi come di qualcosa che c’è e nulla possiamo farci, come un convitato di pietra. Ecco, credo che si debba scrivere qualcosa per andare oltre: cioè, non limitarsi a scrivere “pietra” sulla pietra di cui è fatto il convitato.

E allora, siccome ogni racconto ha più personaggi, e ogni personaggio è portatore di un punto di vista, proviamo a vederli e a portare avanti un racconto.

 

È una crisi della filiera (distributori e librerie)

Anzitutto, i dati ci dicono che la situazione delle librerie è drammatica, e che la concentrazione della distribuzione sta andando verso una situazione di monopolio. La crisi dei punti vendita non è esclusiva né dell’Italia né delle librerie: da noi però colpisce più duro, e non trova un travaso sufficiente verso il commercio elettronico. Le librerie soffrono e alcune chiudono, prive di alternative.

Però a raccontarla così la storia è incompleta: cioè, è una notizia. Per farne una storia, bisogna parlare anche di chi sta cercando nuove e antiche soluzioni: librerie che escono dalla libreria per girare le strade, che coltivano i rapporti con le scuole, con la piazza, con il territorio. Nuove perché creative, antiche perché storie e libri sono stati a lungo anche merce ambulante.

C’è stata un’epoca in cui la libreria era un negozio come gli altri, in cui però si vendevano libri e non panini o vestiti: questo modello è entrato in crisi e oggi non si compra più solo il libro ma qualcos’altro.

Questa affermazione può essere declinata in due modi: in modo miope le librerie per sopravvivere dovrebbero vendere anche altro (perdendo di vista il loro specifico, in una gara continua con amazon, destinata al fallimento); in modo più lungimirante, chi compra in libreria non compra solo il libro ma anche la competenza, la fantasia, il mondo che sta intorno ai libri. E ci sono librai che sanno bene come far di questo l’anima del loro commercio.

La crisi della filiera è anche specchio della crisi della società: stanno sparendo i luoghi di aggregazione, sia quelli spontanei (spiagge, parchi, piazze…) sia quelli organizzati (circoli, case del popolo, locali…); chi fa libreria per i lettori (e non solo per i libri) offre anche una bella possibilità di aggregazione.

Ecco la parte narrativa, la potenzialità: nella crisi sta nascendo un modo diverso, nuovo e antico, di far libreria, che mette al centro il desiderio di condividere le storie, per grandi e piccini.

 

È una crisi della scuola

In tutto questo c’è anche la crisi della scuola: a livello profondo, perché il calo dei lettori dovrebbe suggerire politiche nazionali di promozione della lettura, a partire dalla scuola (e continuative e coordinate: non gratuite e improvvisate; no, Libriamoci non basta, non basta affatto). E a livello superficiale, perché la mancanza di investimenti negli acquisti di libri da parte di scuole e biblioteche sta creando contraccolpi forti in un sistema già molto fragile per conto proprio. Soprattutto, la scuola dovrebbe poter pagare ciò che vale, e non preferire un acquisto a un altro solo sulla base dello sconto, o della gratuità. Gratis non è bello: se qualcosa è gratis vuol dire solo che qualcun altro la sta pagando. E oggi in Italia questo dovrebbe inquietare: significa solo sfruttamento o commercializzazione (più spesso, entrambe le cose).

La crisi della scuola è più in generale una crisi della centralità della cultura nel settore pubblico e privato italiano. Parlo della scuola, ma dovrei parlare anche della piaga del precariato nelle biblioteche, del fatto che si sta silenziosamente smantellando, a macchia di leopardo, una rete di promozione della lettura che in Italia esisteva: le biblioteche magari non chiudono, ma aprono meno; oppure restano in appalto alle cooperative per tempi sempre più limitati e per compensi sempre più bassi. C’è la crisi: ma non ne usciremo condannando le periferie di questo paese a leggere meno o ad arrangiarsi.

Dal punto di vista narrativo, quello che mi pare interessante è che si continui a fare promozione della lettura, nonostante tutto: che si stia formando, in maniera diffusa e non coordinata, una e anche due generazioni di mediatori della lettura. Di partigiani della lettura. Per ora quello che ci accomuna è la buona volontà: e non è poco, si possono spostare le montagne, o perfino far leggere libri, con la buona volontà.

 

È una crisi del libro tradizionale

Il libro ha cambiato pelle tante volte: l’odierna crisi chiede che cambi ancora una volta pelle. Questa è la semplificazione giornalistica.

Raccontandola tutta, dovremmo interrogarci sulla penultima mutazione del libro, quando il libro “tradizionale” (e anche il giornale tradizionale) è diventato ancillare di altre industrie dei contenuti; quando l’editoria ha seguito le strade di altre industrie, mettendo al centro di tutto il marketing; quando abbiamo iniziato a vedere le classifiche riempirsi di libri che tradizionali non erano: l’ultimo libro firmato (non necessariamente scritto) da un giornalista televisivo, l’ultimo libro di ricette firmato da una conduttrice, l’ultimo libro di battute firmato da un calciatore…

A raccontarla tutta, credo che la nostra editoria abbia perso credibilità nel momento in cui ha rinunciato alla propria autonomia, al proprio ruolo di produttore autonomo di contenuti. E in questo la nuova società è molto antica: premia chi ha qualcosa da dire; e punisce (magari non subito) chi non ha più niente da dire.

Però il libro tradizionale continua a esistere, anche se meno visibile: e Il piccolo principe, libro tradizionale, continua a vendere indipendentemente dalla sua trasposizione televisiva… La crisi del libro tradizionale non sta, credo, nel suo essere di carta: sta nel fatto che al centro dell’industria editoriale non ci sono più i contenuti, ma le property, e questo passaggio non produce ricchezza – la consuma.

Se questa crisi comportasse solo una trasformazione di formato, da un modo di leggere libri a un altro, avremmo evidenze diverse. Certo, gli e-book ci sono, e conteranno sempre di più: ma in Italia non è questo, credo, il motivo della crisi.

 

È una crisi dell’industria editoriale

Quindi, è anche una crisi di un’industria che ha cercato di essere altro da sé: che ha cercato di vendere di più, e produrre di più, inseguendo altri modelli industriali. E che adesso sta battendo una musata, detto tecnicamente.

Prima o poi chi ha fatto queste scelte le pagherà: per ora, sta pagando solo la filiera, e i molti lavoratori dell’editoria che vengono lasciati a casa o sottopagati. Diciamolo.

L’industria editoriale (in particolare la grande industria editoriale) degli ultimi venti anni è cresciuta anche grazie a una serie di “bolle culturali”, non dissimili dalla bolla finanziaria o dalla bolla immobiliare: epifenomeni venduti come fenomeni, autori e libri costruiti a tavolino, tentativi di accelerare il mercato che si sono tradotti in una morte precoce dei cataloghi (oggi, un libro che è uscito da sei mesi è vecchio e se non ha venduto non si trova sugli scaffali).

Va detto a discapito degli editori che tutta l’industria culturale sta cambiando, e che i modelli di business che hanno retto per un po’ stanno crollando: la nuova economia culturale non si regge più sull’acquisto della copia ma sulla diffusione dell’idea – la Disney, per capirsi, non guadagna più dagli spettatori in sala quanto dal merchandising e dai parchi tematici. In tutto questo, il “prodotto”, quello vendibile, può anche essere venduto in perdita, mentre si guadagna vendendo “esperienza”: i gruppi musicali non si reggono più sulle royalty quanto sui concerti e sui gadget.

Ritengo questo modello di industria culturale pericoloso: si regge sempre di più sul gratuito, sulla condivisione di contenuti che divulghiamo… e questi sono contenuti sempre più semplici, immediatamente riconoscibili, poco più che marchi.

Il libro rischia in questa industria culturale di avere un ruolo sempre più marginale: sia perché è luogo elettivo di contenuti elaborati e non semplici, sia perché mal si adatta a un’industria che non mette più al centro il prodotto. L’industria editoriale è, per sua natura e da sempre, un’industria di prodotto.

Come fare, allora? Una visione miope abbraccia in pieno la gratuità, perdendo via via di senso (penso alle versioni on-line dei grandi quotidiani); un’alternativa sta nel proporre cose di qualità che durino nel tempo: produrre meno, come chiedono in tanti, ma produrre meglio. Le cartine stradali, date per morte, hanno attraversato la loro crisi quando hanno saputo dare informazioni più affidabili dei loro omologhi elettronici: lo stesso dovremmo fare con i libri, rimettendo al centro della scrittura dei libri l’esperienza, la possibilità di condividere, il valore e l’utilità del libro.

 

È una crisi degli autori

In questo, c’è anche una crisi dell’offerta… a volte capita che un buon libro non incontri il pubblico che merita; però ho anche la sensazione che siano poche le idee ben realizzate, pensate per i lettori. Ho la sensazione che, in particolare in alcuni campi, noi autori si sia diventati troppo autoreferenziali: che quando scriviamo letteratura ci interessi di più essere riconosciuti dagli altri letterati; che quando scriviamo testi universitari ci interessi soprattutto il valore che hanno ai fini della nostra carriera accademica. I libri non devono essere solo questo. Un libro che offra qualcosa di più di un’idea resiste nel tempo, e diventa anche un buon prodotto.

Come autori, dovremmo girare di meno e scrivere meglio: sostenere i nostri libri per quello che scriviamo nei libri. Non è facile, eh: però dà più soddisfazione.

Dovremmo sapere di più, capire di più, guardare più lontano: come tutti.

 

È una crisi internazionale, ma è anche una crisi nazionale

Perché mancano politiche di sostegno alla lettura (l’ho già detto? Vale la pena ripeterlo): azioni che sostengano la visibilità dei libri sui quotidiani, in radio e in televisione, che incoraggino a leggere, che promuovano la lettura… altrove, queste politiche hanno prodotto risultati; da noi non si vedono ancora: non i risultati, non si vedono proprio le politiche.

È come se, di fronte a un’emergenza, di fronte a un’alluvione, l’autorità pubblica si limitasse a suggerire di non sputare nel fiume: per non far salire il livello delle acque, ovviamente.

 

Di fronte alla crisi, stiamo reagendo

Perdonate il lungo sfogo: questo elenco di motivi non vuole essere un alibi a non far nulla. Al contrario, in ogni punto (quasi in ogni punto) ho sottolineato come ci siano tanti soggetti che stanno agendo: non ho messo link volontariamente. Mi piacerebbe che chi ha voglia raccontasse nei commenti cosa sta facendo.

 


Tags: editoria, scuola, libreria, mercato, precariato, politica della lettura


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