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Sonda

Il libro utile

12
Gennaio
2015
Il potere delle figure

Il potere delle figure

Andare là dove vi sono immagini come oltre se stesso
Scritto da: Beniamino Sidoti

Ho comprato da poco un piccolo libro che mi era sfuggito, Il grande spazio di Yves Bonnefoy, poeta francese di gran valore. Il grande spazio è quello del Louvre, per cui Bonnefoy scrisse alcune considerazioni poetiche che dovevano andare a costituire l’ossatura di un documentario e di materiali per la visita del museo: le cose sono andate diversamente e questo libretto (Moretti&Vitali, 2008 per l’edizione italiana) rimane il testimone di un progetto incompiuto.

 

Bonnefoy si confronta con il potere delle immagini, e di un luogo delle immagini, cercando di cogliere gli sguardi delle persone che lo attraversano – lo fa in modo ellittico, programmatico ma disordinato, e interrogandosi non sulle singole opere o sale, ma su ciò che significa la visita, il confronto con ciò che si guarda. Su come funziona l’intelligenza dello sguardo, più che la ritualità della visita.

 

A me interessa per tante ragioni, ma qui anche perché parla di lettura da una prospettiva inedita: e credo che abbiamo bisogno di nuovi strumenti e nuovi punti di vista per capire la lettura (anche delle immagini).

 

Il libro inizia così: “Avrei voluto entrare da bambino in un luogo così. Non perché io sapessi e neppure presentissi le opere che sono esposte al Louvre o negli altri musei del mondo. Ma è che lo spirito di un bambino è ossessionato da immagini ancora incompiute benché intense. Non sono le parole che hanno valore per lui, sono le immagini che vi intravede oltre. Di immagini non ne incontra mai che non lo turbino, lo spaventino, oppure che non lo attirino, che non lo seducano. E vorrà andare là dove – gli si dice – vi sono immagini, come oltre se stesso.”

 

Non è ancora una teoria dell’immagine, né della conoscenza, né della parola: ma è una bella intuizione – la parola chiave credo sia “oltre” (nell’originale “au-delà” e “au devant”). Le immagini hanno un di più che permette di andare oltre la dimensione della parola, di rimanere nella memoria ed elaborare il pensiero.

Nell’intervista che chiude il volume, il poeta vi ritorna in un paio di passaggi: “I miei ricordi si riferiscono molto più a immagini che a fatti” e “Le immagini – e certe frasi in alcuni racconti, ma anche lì si trattava di immagini – dunque le vedo come aiuti per la nostra vita di allora […], l’offerta di un passaggio verso un altrove che comunque sarebbe ancora questo mondo qui.”

 

C’è anche una questione di tempi di ricezione: l’immagine è “immediata”, ma permane e chiede, per essere compresa, un tempo in cui perdersi. Le parole possono essere consumate rapidamente – le immagini chiedono una permanenza (per questo, anche, mi piace che la riflessione venga da un poeta abituato a “pesare le parole” e al peso delle parole). C’è una consistenza nell’immagine che aiuta la permanenza nella lettura.

 

Pensavo stamane queste cose, e alla loro difficoltà, al loro non apparire urgenti (e perciò non sembrare importanti), e poi incappavo in un bel post del blog di topipittori, a partire da una mostra di Giacometti ridisegnata: Paolo Canton parla dell’attività del disegnare e del senso dell’arte, riprendendo una definizione dei formalisti sovietici, per cui la tecnica dell’arte non stia tanto nella facilità quanto anche “nell'aumentare la difficoltà della percezione e, quindi, il tempo della percezione”.

 

L’arte (e la lettura) richiede anche contemplazione, possibilità di perdersi dentro ciò che stiamo guardando (o leggendo). Così anche io mi perdo in queste parole e tiro dentro un altro scrittore (un commediografo, stavolta), che si aggira nelle sale di un altro museo, Alan Bennett dentro la National Gallery in Una visita guidata (tradotto da Adelphi, 2008), dove si interroga anche sui significati più culturalmente mediati, cioè sul ruolo dell’iconografia, e davanti all’opera ci dice che «come i dossi di rallentamento sulla strada, l’iconografia ci costringe a frenare, e quindi a rimanere sul dipinto con una certa attenzione, e allora, come effetto collaterale (e si tratta di un effetto collaterale in senso stretto perché è qualcosa che avviene a lato e si vede con la coda dell’occhio), la bellezza del quadro, difficile da affrontare direttamente, comincia a farsi strada in noi».

 

Ogni opera ha i suoi modi di attrarci e di frenarci, e in questi due movimenti credo stia anche la nostra capacità di mediatori della lettura, di promotori della lettura o dell’arte di farla apprezzare: nel renderla attraente e nel sapere rallentare, nel non dire ma suscitare.

È una bella sfida: che riguarda la realizzazione di una copertina come di un percorso educativo, un allestimento museale come un’animazione alla lettura, l’illustrazione come la scrittura di un libro.

 

“Contemplazione” è una parola poco attuale nella pedagogia rapida che richiedono i nostri tempi: viene dal latino “con-templum”, dove templum è lo spazio del cielo circoscritto dal sacerdote prima del vaticinio, e che verrà osservato e studiato con meraviglia. L’artista sa attivare in sé strumenti per contemplare le cose, e disseminarli nelle proprie opere perché lo sguardo non sfugga, la parola non scorra troppo velocemente.

Voi, come fate? Come, cosa, contemplate? Come cercate di rallentare lo sguardo o la lettura per chi vi ascolta o vi segue?


                                                                                                    ph: Daniela Zedda 


Tags: teoria, illustrazioni, poesia, museo


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